Domenica 6 settembre, Rock in Rio, sotto un temporale: sul grande schermo, al posto di "ordine e progresso" sulla bandiera brasiliana, compare la scritta "senza amnistia". Sul palco i BaianaSystem, band di Salvador de Bahia nata nel 2009 dall'incrocio tra la chitarra baiana del carnevale e i sound system giamaicani. Il cantante Russo Passapusso ripete un'altra parola: sovranità. Non sono slogan generici. Dopo l'assalto ai palazzi del potere dell'8 gennaio 2023, la Corte suprema ha condannato Bolsonaro a ventisette anni per golpe. A dicembre 2025 il Congresso approva una legge che, cambiando il calcolo delle pene, lo farebbe uscire dal carcere chiuso in due anni e quattro mesi invece di sette. Lula mette il veto l'8 gennaio 2026, il Congresso lo ribalta con 318 voti contro 144. Il giudice Alexandre de Moraes dice che per i crimini contro la democrazia non c'è grazia, amnistia o perdono. Il candidato della destra alle elezioni di ottobre è il figlio Flávio Bolsonaro, appaiato a Lula nei sondaggi. La parola sovranità, per decenni della destra militare, oggi è di Lula: gli Stati Uniti hanno imposto dazi al Brasile citando esplicitamente il processo a Bolsonaro. E la musica, in Brasile, ha già vissuto tutto questo: nel 1968 la dittatura arresta ed esilia Caetano Veloso e Gilberto Gil, nel 1973 censura "Cálice" di Chico Buarque e Gil. Nel 2003 Lula nomina proprio Gil ministro della Cultura. Da quel tessuto viene anche il BaianaSystem, che nel 2024 ha suonato al Rock in Rio insieme a Olodum. Ma il Brasile è anche il paese del sertanejo, il genere più ascoltato, buona parte del quale sta con Bolsonaro. Non esiste una musica brasiliana progressista e basta: esistono due infrastrutture culturali che si contendono lo stesso paese.
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