A Nafplio, in Grecia, un prete ortodosso di cinquantatré anni, Dionysios Tabakis, pubblica ad aprile un disco di drone metal, Paradise Metal. Pitchfork e Stereogum ne parlano bene.
Suona una chitarra elettrica a cui ha tolto i tasti, per avvicinarla ai microtoni della musica bizantina: la stessa logica dell'ison, la nota tenuta del canto ortodosso su cui si muove la melodia. Poi, poche settimane fa, un collettivo antifascista tira fuori un video del 2013 in cui Tabakis benedice l'apertura della sede di Alba Dorata, il partito neonazista greco poi dichiarato organizzazione criminale. Lui si difende: era un incarico ufficiale della diocesi, dichiarando di essere contro il nazionalismo perchè i suoi nonni combatterono i nazisti. Su vecchi post contro l'omosessualità, dice di seguire la posizione della Chiesa ortodossa da duemila anni. Poi annulla il suo debutto dal vivo a un festival di Filadelfia, dicendosi troppo distante da quei valori. La sua storia è la fotografia di cosa sia oggi l'ortodossia in Europa: non una Chiesa sola, ma una famiglia di Chiese nazionali in lotta sui confini. In Russia il patriarca Kirill ha benedetto la guerra in Ucraina come "guerra santa". In Ucraina, dal 2019, esistono due Chiese rivali, e una legge del 2024 ha messo fuorilegge quella legata a Mosca. Nella liturgia ortodossa non ci sono strumenti, solo voci: da Rachmaninov a Shchedryk, diventato Carol of the Bells, fino ai polacchi Batushka che ne rubano l'estetica per il black metal. La lite, oggi, non è su cosa credere. È su chi tiene la nota più a lungo.
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