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Il Vangelo portato nella vita quotidiana
Lo stile che Gesù chiede ai settantadue discepoli, inviandoli nei villaggi che egli stesso avrebbe poi visitato, ci interpella profondamente perché ci offre un’immagine molto concreta di come siamo chiamati a vivere il Vangelo come Chiesa, come comunità e come singole persone. Il Vangelo non è qualcosa che possiamo tenere per noi: siamo chiamati a portarlo là dove viviamo.
Il Salmo ci fa dire: «Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi». La terra dei viventi non è un luogo astratto o lontano, ma è precisamente il luogo nel quale abitiamo: le nostre famiglie, i nostri condomini, le nostre relazioni quotidiane. La bontà del Signore deve diventare qualcosa che anche noi sappiamo esprimere e comunicare agli altri.
È significativo che Gesù invii non soltanto i Dodici apostoli, ma settantadue discepoli: il mandato missionario viene così allargato in modo straordinario. E lo stile che chiede loro è quello della piccolezza.
Agnelli in mezzo ai lupi: uno stile mite e semplice
Gesù dice ai discepoli: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi». Non chiede quindi di imporsi con la forza, ma di entrare nelle situazioni con mitezza, semplicità e un messaggio di pace: «Dite: Pace a questa casa».
Il loro annuncio comprende anche la vicinanza concreta alle persone malate: «Guarite i malati» e dite loro che «è vicino il regno di Dio». È un annuncio semplice, ma allo stesso tempo profondissimo e luminoso. Non ha bisogno di grandi mezzi o di strutture imponenti. Anzi, Gesù chiede ai suoi discepoli di andare con pochissimo, vivendo anche dell’accoglienza che riceveranno.
Questo ci porta a interrogarci sul nostro modo quotidiano di vivere e testimoniare il Vangelo. Ci chiediamo se abbiamo davvero quello stile di semplicità, di entusiasmo e di piccolezza che Gesù ci indica come via per incontrare gli altri.
Quando il Vangelo incontra il rifiuto e l’incomprensione
La missione, però, non è sempre accompagnata dal successo. Gesù stesso mette in guardia i settantadue dalla possibilità di non essere accolti: se qualcuno non li accoglierà, dovranno scuotere la polvere dai loro piedi e andare oltre.
Anche il libro di Giobbe ci mette davanti alla possibilità concreta dell’incomprensione. Giobbe vive una sofferenza che nemmeno i suoi amici riescono veramente a comprendere. Pur avendo, forse, le migliori intenzioni, essi non riescono ad accettare il mistero della sua sofferenza e finiscono per leggerla come conseguenza di un suo comportamento sbagliato.
Per questo il grido di Giobbe diventa particolarmente importante: «Pietà di me, pietà di me, almeno voi, amici miei!». È la richiesta di una persona che non ha bisogno innanzitutto di spiegazioni, ma di misericordia, vicinanza e cura.
La richiesta di una vicinanza che sappia prendere per mano
La domanda di Giobbe ci aiuta a comprendere che dietro alcune sofferenze può esserci un dramma talmente profondo da risultare difficile da comprendere anche a chi ci è vicino. Giobbe utilizza parole grandi per descrivere ciò che sta vivendo: «La mano di Dio mi ha percosso». Si domanda perché debba attraversare una fatica e una sofferenza così grandi.
Come abbiamo visto, la sua sofferenza diventa anche una ricerca di relazione con Dio. Giobbe attraversa il buio della fede, quel momento nel quale una persona può non riuscire più a vedere il volto del Signore. Proprio per questo, però, non può non chiedere misericordia agli altri.
Abbiamo bisogno di una vicinanza solidale e attenta, di qualcuno che non giudichi immediatamente il dolore, ma sappia aiutare, accompagnare e, quando necessario, semplicemente prendere per mano. Il dramma della fede può essere così profondo che una persona può arrivare a sentirsi abbandonata persino dagli amici.
Giobbe e Santa Teresa: la fede nella notte
Questa esperienza ci ricorda anche Santa Teresa di Gesù Bambino. Non si tratta di un abbandono da parte delle sorelle del monastero, ma del profondo buio interiore della fede che Teresa stessa racconta. È la sofferenza di chi non riesce più a vedere, oltre le nubi, la luce del sole e quindi il Signore.
Eppure proprio Santa Teresa ci insegna la via della piccolezza. Anche quando la fede diventa piccolissima, quasi ridotta a un «briciolino», possiamo continuare a rimanere nella fiducia. La piccolezza diventa così una strada concreta per attraversare la notte senza smettere di affidarsi a Dio.
La stessa dinamica la ritroviamo in Giobbe, che, nonostante tutto ciò che sta vivendo, arriva a pronunciare una delle professioni di fede più luminose della Scrittura: «Io so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere».
«Il mio Redentore è vivo»: la speranza oltre la sofferenza
Ci colpisce particolarmente quel «ultimo». Giobbe può attraversare tutte le difficoltà, può sperimentare l’assenza di comprensione e di pietà, può trovarsi immerso in una sofferenza apparentemente insuperabile. Ma alla fine, «ultimo», il Signore si ergerà nella polvere.
Giobbe arriva a dire che, anche quando non avrà più la propria carne e la propria pelle, vedrà Dio: «Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro». Al termine di una vita segnata dalla sofferenza rimane dunque un appuntamento personale con il Signore, una relazione che nessuno può sostituire.
Questa speranza non cancella il dolore presente, ma ci permette di attraversarlo senza considerarlo l’ultima parola sulla nostra esistenza.
La piccola fede che resiste fino alla fine
Santa Teresa di Gesù Bambino e Giobbe ci insegnano questa perseveranza nella fede. La stessa esperienza trova un’eco nelle parole di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandona