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La grande domanda di Giobbe: come possiamo essere giusti davanti a Dio?
Nel brano del libro di Giobbe che ascoltiamo in questi giorni incontriamo una delle questioni centrali dell’intero libro: la disputa con Dio. Giobbe si pone una domanda radicale: come può un uomo avere ragione davanti a Dio? Come può essere giusto davanti al Signore? Se un uomo volesse mettersi a discutere con Dio, non sarebbe capace di rispondere neppure una volta su mille.
Giobbe riconosce quindi l’enorme sproporzione che esiste tra l’uomo e Dio. Non possiamo pensare a una disputa alla pari, perché Dio è infinitamente più grande di noi. Eppure, proprio mentre riconosce questa distanza, Giobbe non smette di voler parlare con Dio.
Giobbe non accetta una sofferenza senza senso
La cosa sorprendente è che Giobbe non cerca semplicemente di dimostrare di essere una persona giusta. Egli vuole soprattutto fare domande a Dio. Non comprende ciò che gli sta accadendo e non riesce ad accettare la sentenza implicita secondo cui la sua sofferenza debba necessariamente essere una punizione per qualche colpa.
I suoi amici continuano a ripetergli che, se soffre così tanto, deve avere certamente commesso qualcosa di grave. Secondo loro, nessuno è giusto davanti a Dio e, quindi, dietro la sofferenza di Giobbe deve esserci per forza una colpa nascosta. Ma Giobbe non si lascia convincere. Continua a scavare, a interrogarsi, a rivolgersi al Signore e a chiedergli conto di ciò che non comprende.
In questo atteggiamento troviamo qualcosa di molto importante anche per noi: non dobbiamo avere paura delle domande profonde che portiamo nel cuore.
Le domande serie della nostra vita
Quando vogliamo vivere con verità anche la nostra vita spirituale, non possiamo evitare le domande che toccano profondamente la nostra esistenza. Ci sono domande che riguardano noi stessi, i nostri figli, i nostri genitori, le persone che amiamo, le situazioni dolorose che viviamo o abbiamo vissuto.
Non sono domande superficiali, come quando non comprendiamo una parola o un dettaglio di un discorso. Sono domande serie, che magari portiamo dentro da anni. A volte arriviamo davanti al Signore con interrogativi ai quali non abbiamo mai trovato una risposta.
Giobbe ci insegna però a non arrenderci. Possiamo continuare a rivolgerci a Dio anche quando non comprendiamo. Possiamo chiedere, protestare, domandare, cercare. La fede non significa cancellare le domande, ma portarle dentro una relazione con il Signore.
Dio è infinitamente più grande di noi
Nel suo dialogo con Dio, Giobbe arriva progressivamente a riconoscere la grandezza immensa del Signore. Le immagini dell’orsa, di Orione, delle Pleiadi e delle colonne della terra gli ricordano quanto Dio sia infinitamente più grande dell’uomo.
Giobbe comprende quindi che, se volesse affrontare Dio in una disputa, non potrebbe certamente prevalere. Non potrebbe avere ragione neppure una volta su mille. Ma proprio qui emerge qualcosa di ancora più importante: la questione non è vincere la disputa.
Giobbe non riceverà alla fine una spiegazione completa delle sue sofferenze. Otterrà qualcosa di diverso e, in un certo senso, di molto più grande: un incontro con il Signore.
Alla fine del libro potrà dire: «Ti conoscevo solo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno visto». La sua esperienza ci mostra che il punto di arrivo della ricerca non è necessariamente una risposta che spiega tutto, ma una relazione nuova con Dio.
Dio non vuole soltanto avere ragione: vuole incontrarci
Questo è uno degli aspetti più belli della vicenda di Giobbe. Dio cerca con noi l’incontro e la relazione. Non vuole semplicemente dimostrarci la sua onnipotenza o mostrarci che ha ragione.
Dio vuole noi. Vuole che gli vogliamo bene, che lo incontriamo, che lo ascoltiamo e che impariamo a vivere con Lui.
E Dio ha manifestato questo desiderio in maniera ancora più evidente mandandoci Gesù, il suo Figlio. In Gesù Dio non rimane lontano dalla nostra esperienza umana, ma prende la nostra carne, entra nella nostra storia, vive la nostra umanità e dona la sua vita.
Quello che per Giobbe è stato un lungo e faticoso cammino verso l’incontro, per noi trova in Cristo una vicinanza ancora più grande: Dio stesso viene incontro a noi.
Le dispute del Vangelo: seguire Gesù senza condizioni
Anche nel Vangelo incontriamo una serie di piccole ma significative “dispute” attorno alla sequela di Gesù. Un uomo gli dice con entusiasmo: «Ti seguirò dovunque tu vada». Gesù però gli ricorda che il Figlio dell’uomo non ha neppure un luogo dove posare il capo.
La sequela non viene presentata come un percorso già tracciato nei minimi dettagli. Non sappiamo sempre quali saranno le tappe, dove ci porterà il cammino o dove troveremo riposo. Forse Dio ha già in mente il percorso, ma noi non ne conosciamo necessariamente ogni passaggio.
Una cosa, però, è certa: non sappiamo dove andremo, ma sappiamo con chi cammineremo. Saremo con Gesù.
Anche gli altri due casi presentati nel Vangelo mostrano delle resistenze e delle priorità. Uno chiede prima di poter seppellire suo padre; un altro vuole prima congedarsi dalla propria casa. Sono questioni tutt’altro che banali: riguardano la famiglia, il padre, la casa, gli affetti, tutto ciò che costituisce la nostra vita.
«Seguimi»: la priorità è la relazione con Gesù
Attraverso questi incontri comprendiamo che Gesù ci invita a non rimandare continuamente la sequela. La logica del «Va bene, Signore, ti seguirò, però prima...» rischia di mettere sempre qualcos’altro davanti alla relazione con Lui.
Gesù ci invita invece a mettere al primo posto la sequela, non perché le nostre questioni personali non siano importanti, ma perché pr