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La fede in Gesù è una grazia da accogliere
«Cristo ci ha liberati per la libertà» (Gal 5,1). Con queste parole di san Paolo possiamo riscoprire una verità fondamentale della nostra fede: la fede in Gesù è un regalo e la vita cristiana è una vita di grazia.
Essere cristiani significa anzitutto ricevere un dono. La salvezza non è il risultato dei nostri sforzi, né il premio che otteniamo dopo aver dimostrato di essere abbastanza fedeli o obbedienti. Tutto comincia dall'iniziativa di Dio, che ci raggiunge attraverso Gesù Cristo e ci offre gratuitamente la sua vita.
Questa grazia assume oggi un nome preciso: libertà. Attraverso la sua morte e risurrezione, Cristo ci ha liberati dal peccato, dalla morte e da un modo di intendere la vita religiosa come una successione di obbedienze e adempimenti, compiuti magari senza comprenderne il significato più profondo.
Liberati non semplicemente da qualcosa, ma per qualcosa
L'espressione «Cristo ci ha liberati per la libertà» può sembrarci un gioco di parole, ma contiene un significato essenziale. La liberazione operata da Cristo non ha soltanto lo scopo di sottrarci a una condizione negativa: il suo obiettivo è renderci pienamente liberi, capaci di vivere nella comunione con Dio e di accogliere il dono della sua vita.
Il rischio è quello di tornare a vivere la nostra religiosità secondo una logica fatta esclusivamente di leggi, prescrizioni e osservanze. Questo pericolo riguardava anche i Galati, una comunità composta prevalentemente da persone provenienti dal mondo pagano, che avevano conosciuto Gesù attraverso la predicazione di Paolo e avevano ricevuto l'annuncio della Pasqua come evento di liberazione.
Eppure, anche dopo aver incontrato Cristo, possiamo ricadere nella tentazione di ridurre la fede al rispetto delle regole. Naturalmente, la legge e l'obbedienza hanno la loro importanza, ma non sono il fine della nostra vita cristiana. Il centro è la grazia ricevuta, che ci rende capaci di vivere una relazione nuova con Dio.
Sara e Isacco: il dono che supera ogni merito
Per comprendere questa logica della grazia, possiamo guardare alla figura di Sara, moglie di Abramo, e alla nascita di Isacco. Sara era sterile e ormai anziana: umanamente, non poteva aspettarsi di diventare madre. Quando sente annunciare ai visitatori che avrebbe avuto un figlio, reagisce ridendo, perché quella promessa le sembra impossibile.
La nascita di Isacco, invece, diventa realtà. È un dono inatteso, una sorpresa che raggiunge Sara e Abramo e manifesta la fedeltà di Dio alla sua promessa: dare ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo.
Possiamo chiederci: Isacco è forse il premio per una vita di fedeltà? No, è un dono talmente grande da non poter essere considerato una semplice ricompensa. Sara e Abramo non avrebbero potuto pretendere ciò che Dio ha fatto per loro.
La stessa logica vale per la nostra vita cristiana. Anche quando cerchiamo di essere fedeli, attenti e generosi, non possiamo pensare di meritare la grandezza del dono che Dio ci offre. La vita nuova in Cristo supera infinitamente le nostre possibilità e i nostri meriti.
La grazia non è il pagamento per ciò che abbiamo fatto, ma il dono sorprendente di Dio, che ci offre molto più di quanto potremmo conquistare da soli.
L'abito nuziale: accogliere l'invito di Dio
Possiamo richiamare il Vangelo del banchetto nuziale, proclamato il giorno precedente. Il re ha già preparato il banchetto e desidera che la sala si riempia. La festa è pronta: non resta che accogliere l'invito e partecipare.
Il dono ci viene offerto senza che dobbiamo dimostrare di esserne degni in base ai nostri meriti. Tuttavia, nel racconto evangelico compare una condizione: l'abito nuziale.
Che cosa rappresenta questo abito? È la consapevolezza di essere stati invitati alle nozze e il desiderio di parteciparvi davvero. Significa accogliere il dono con fiducia e affidamento, riconoscendo che la nostra presenza alla festa dipende anzitutto dall'invito ricevuto.
Se non indossiamo l'abito nuziale, rischiamo di rimanere prigionieri di una mentalità fondata sul merito personale o sull'individualismo. Continuiamo a pensare di poter stare davanti a Dio soltanto grazie a ciò che siamo capaci di fare, anziché lasciarci raggiungere dalla sua grazia.
L'abito che siamo chiamati a indossare è quello di Cristo. È lui che ci riveste della sua vita, accoglie le nostre fatiche e ci rende pienamente partecipi del mistero delle nozze, cioè della comunione con Dio. Non siamo noi a conquistare il diritto di entrare nella festa: è Cristo che ci rende capaci di prendervi parte.
Non tornare alla schiavitù
Dopo averci ricordato il dono della libertà, Paolo ci rivolge un'esortazione precisa: rimanere saldi e non lasciarci imporre nuovamente il giogo della schiavitù.
Questa raccomandazione riguarda anche noi. Esiste, infatti, una strana inclinazione umana a tornare alle forme di schiavitù che già conosciamo. Era una tentazione presente nella storia del popolo d'Israele e continua a essere presente nella nostra vita.
Talvolta preferiamo una religiosità fatta di regole da rispettare e prestazioni da compiere, perché ci permette di misurare i risultati e di sentirci padroni della nostra situazione. Accogliere la grazia, invece, richiede di riconoscere che non siamo noi i protagonisti assoluti della salvezza: dobbiamo affidarci a Dio e lasciarci trasformare dal suo amore.
Cristo non ci vuole schiavi, ma liberi. Ci chiama a partecipare al dono più grande: la vita eterna, intesa non semplicemente come una vita che non finisce, ma come una comunione piena con Dio.
Il pellegrinaggio: camminare verso la libertà
All'inizio di questo pellegrinaggio, il Signore ci mette subito davanti la meta v