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Il podcast di don Andres Bergamini

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Salvati dalla grazia di Cristo - Martedì XXVIII sett. Martiri Monte Sole ad Avignone

Il podcast di don Andres Bergamini · 13 ott 2026 · 6:36

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La giustificazione attraverso la legge: il rischio di dimenticare Cristo

Partiamo dalle parole forti di san Paolo nella Lettera ai Galati: «Non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia». L’apostolo ci mette davanti a un rischio concreto: cercare di sentirci giusti attraverso l’osservanza della legge, finendo per rendere Cristo quasi inutile nella nostra vita.

Cercare la giustificazione nella legge significa concentrarci sulle pratiche religiose e sull’osservanza esteriore dei precetti, come facevano i farisei. Pensiamo, per esempio, alla preoccupazione di pulire l’esterno del bicchiere, alle abluzioni rituali o alla circoncisione. Erano pratiche che caratterizzavano la loro osservanza religiosa e che rischiavano di diventare il criterio principale per valutare la propria giustizia davanti a Dio.

Anche noi, pur non vivendo quelle stesse pratiche, possiamo cadere in una logica simile. Rischiamo di vivere la fede come una serie di adempimenti: osservare i dieci comandamenti, mettere in pratica le beatitudini e rispettare tutti gli insegnamenti che il Signore ci ha consegnato. Si tratta di indicazioni buone e importanti, ma dobbiamo domandarci quale sia la motivazione profonda che ci spinge a seguirle. Vogliamo semplicemente apparire buoni e bravi davanti al Signore? Pensiamo che, attraverso il rispetto delle regole, possiamo raggiungere da soli la piena integrità della nostra vita?

Quando la fede diventa soltanto un insieme di adempimenti

L’osservanza dei comandamenti è importante, ma non può essere il centro esclusivo della nostra vita spirituale. Se riduciamo la fede all’adempimento delle leggi, rischiamo di pensare che la ricompensa dipenda interamente dalle nostre prestazioni religiose. In questo modo, Cristo diventa superfluo: se possiamo considerarci giusti grazie alle nostre opere, che cosa è morto a fare Gesù per noi? Quale spazio rimane per la nostra relazione con Lui?

Paolo è molto severo proprio perché vuole riportarci all’essenziale. Non sono le nostre opere, prese isolatamente, a salvarci. Possiamo compiere tante azioni buone, distribuire i nostri beni e dedicarci a numerose attività, ma, se manca la carità, tutto perde il suo significato più profondo. Come ricorda san Paolo, senza la carità non siamo nulla.

Dobbiamo quindi chiederci che cosa stia davvero al cuore della nostra vita cristiana. La risposta è Gesù Cristo e il rapporto personale con Lui. La nostra vita è anzitutto una grazia, un dono che riceviamo senza poterlo meritare o conquistare con le nostre forze. Non ci salviamo dimostrando di essere abbastanza bravi, ma accogliendo l’amore di Dio che ci raggiunge in Cristo.

Siamo decaduti dalla grazia o siamo immersi nella grazia?

La domanda decisiva diventa allora questa: siamo decaduti dalla grazia oppure viviamo immersi nella grazia? Per comprendere che cosa significhi essere raggiunti dall’amore gratuito di Dio, guardiamo a Maria, verso la quale stiamo camminando nel nostro itinerario a Lourdes. A lei l’angelo rivolge il saluto: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te».

Questo saluto non riguarda soltanto Maria, che rimane il nostro esempio più alto, ma ci aiuta a comprendere anche la nostra vocazione. Grazie alla morte di Cristo per noi, siamo raggiunti e riempiti della grazia di Dio. Dobbiamo partire proprio da questa consapevolezza: siamo amati e colmati del suo dono anche senza meritarlo.

La grazia è l’amore di Dio che supera le nostre difficoltà, i nostri peccati e persino le nostre pretese di giustizia. Il Signore ci vuole bene così come siamo. Questa è la buona notizia da cui dobbiamo ripartire ogni giorno: prima delle nostre opere c’è il suo amore; prima dei nostri meriti c’è il suo dono; prima dei nostri sforzi c’è la sua iniziativa di salvezza.

Perdere il legame con Cristo significa rischiare di perdere questa consapevolezza e di tornare a fondare la nostra vita sulla presunta capacità di essere giusti da soli. Per questo Paolo ci invita a non decadere dalla grazia, ma a rimanere saldamente radicati in essa.

Celebrare l’Eucaristia e vivere il Vangelo come risposta all’amore ricevuto

Il nostro rapporto con Cristo nasce dalla consapevolezza che Lui è morto per noi quando eravamo ancora peccatori. Non ci ha amati perché eravamo già giusti, ma ci ha amati nella nostra fragilità, offrendoci la possibilità di una vita nuova.

Da questa certezza nasce anche il nostro modo di vivere la fede. Celebriamo l’Eucaristia, ascoltiamo la Parola di Dio e cerchiamo di conformare la nostra vita al Vangelo non per guadagnarci l’amore del Signore, ma perché sappiamo di essere già stati raggiunti e riempiti dalla sua grazia.

I comandamenti rimangono importanti, ma cambiano il motivo e il senso per cui li seguiamo. Non li osserviamo per conquistare la salvezza o per dimostrare a Dio di essere migliori degli altri. Li accogliamo come una strada che ci permette di rispondere all’amore ricevuto, di vivere nella relazione con Cristo e di tradurre concretamente il Vangelo nelle nostre scelte quotidiane.

La grazia, quindi, non ci rende passivi e non ci autorizza a disinteressarci del bene. Al contrario, è proprio l’amore gratuito di Dio a renderci capaci di vivere con maggiore attenzione, cura e carità verso gli altri.

La testimonianza dei martiri di Monte Sole: una fede radicata nella grazia

Un esempio luminoso di questa fede ci viene dai beati martiri di Monte Sole: i sacerdoti e le tante persone che, insieme a loro, hanno vissuto gli ultimi istanti della propria vita nella consapevolezza di un legame profondo con il Signore.

Davanti ai loro carnefici, hanno cercato di rimanere uniti, hanno pregato e hanno cercato di manifestare la propria innocenza. La loro forza non derivava dalla convi

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