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Il podcast di don Andres Bergamini

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Il banchetto di nozze: siamo tutti invitati, ma dobbiamo lasciarci rivestire dalla misericordia - omelia domenica XXVIII tempo ordinario A

Il podcast di don Andres Bergamini · 12 ott 2026 · 12:20

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Il banchetto di nozze: siamo tutti invitati alla festa di Dio

Dio prepara una festa per tutti

Come le parabole delle domeniche precedenti, anche quella del banchetto di nozze è sconcertante. Dopo i vignaioli che uccidono i servi e il figlio del padrone, troviamo un re che prepara una festa di nozze per suo figlio. Il regno di Dio è presentato come una festa di gioia, abbondanza e condivisione, alla quale tutti sono invitati.

Il problema è che gli invitati rifiutano di partecipare. Il re insiste, ricorda che tutto è pronto, ma alcuni se ne vanno ai propri affari, senza nemmeno giustificarsi; altri maltrattano e uccidono i servi. Il re reagisce duramente, ma non rinuncia alla festa: manda nuovamente i servi a raccogliere tutti quelli che incontrano per strada, «buoni e cattivi», finché la sala si riempie.

È un'immagine bellissima della misericordia di Dio: non siamo invitati perché siamo perfetti o meritevoli, ma perché lui desidera donarci suo Figlio. Anche noi, se guardiamo sinceramente dentro di noi, scopriamo di non essere così buoni e degni come pensiamo. La comunità cristiana non è un'élite, ma una comunità di persone accolte per grazia. Dio ci lascia liberi, ma continua a invitarci con insistenza.

La vita cristiana è una chiamata

Le grandi scelte della vita possono essere vissute come una vocazione: sposarsi, diventare prete, partire per l'Africa per costruire una casa per i bambini. Anche la famiglia nella quale siamo cresciuti fa parte della nostra storia di chiamati. Il predicatore racconta la propria esperienza familiare, con i suoi limiti ma anche con la sua bellezza, e la successiva chiamata al sacerdozio.

La vocazione può raggiungerci anche attraverso incontri e occasioni inattese. Viene ricordato il film Santiago, nel quale un adolescente difficile viene invitato a intraprendere un cammino di tre mesi e circa duemila chilometri. Qualcuno gli dice semplicemente: «Vieni, vieni, dai». Anche la vita cristiana comincia così: riceviamo un invito e siamo liberi di rispondere.

L'abito nuziale: non basta dire sì

La parabola, però, riserva un'altra sorpresa. Il re trova un uomo senza l'abito nuziale e gli domanda: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Se tutti sono stati invitati, perché questo uomo viene rimproverato?

L'abito rappresenta un ulteriore sì alla chiamata. Non basta accettare inizialmente un invito: occorre entrare davvero nella vita che ci viene offerta. Non basta sposarsi, diventare preti o assumersi una responsabilità; bisogna vivere ogni giorno la scelta compiuta, lasciandosi coinvolgere pienamente.

L'abito nuziale è soprattutto un abito di misericordia. Non possiamo presentarci davanti a Dio pensando di essere capaci di fare tutto da soli o di meritare il nostro posto. Dobbiamo riconoscere la nostra fragilità e chiedergli di rivestirci lui, come suggeriva la preghiera iniziale della celebrazione: «Signore, non siamo all'altezza della chiamata, ma se sei tu a invitarci, vogliamo venire. Donaci il tuo abito e aiutaci a stare con te».

Dio accoglie tutti, ma siamo chiamati a lasciarci trasformare dal suo amore. L'uomo senza l'abito rimane in silenzio: sembra non riuscire a entrare davvero nella festa. Anche noi rischiamo di essere presenti soltanto esteriormente, con il freno a mano tirato, trattenuti dalle nostre pretese di giustizia, dai nostri meriti o dalla convinzione di poter fare tutto da soli.

Una chiamata da vivere ogni giorno

La vocazione è un cammino quotidiano. Il matrimonio non si esaurisce nel giorno delle nozze: va vissuto ogni giorno, attraverso le relazioni e le responsabilità. Lo stesso vale per chi si dedica a un progetto di servizio, come la casa per i bambini a Iringa: non basta partire, bisogna esserci concretamente, giorno dopo giorno.

Ci saranno momenti di fragilità, dubbi e inadeguatezza. Ma colui che ci ha chiamati è lo stesso che ci ha accolti e che può sostenerci. L'abito nuziale significa riconoscere che siamo suoi, amati da lui, e chiedergli di aiutarci a vivere pienamente la nostra vocazione.

Il profeta Isaia annuncia la festa definitiva preparata da Dio: il Signore strapperà il velo della morte, eliminerà la tristezza e asciugherà ogni lacrima. La promessa è quella di una comunione nella quale le sofferenze e le fragilità non avranno l'ultima parola.

Anche san Paolo testimonia di aver imparato a vivere nella povertà e nell'abbondanza, nella fame e nella sazietà. La fede lo aiuta ad attraversare ogni situazione rimanendo nella relazione con il Signore. La comunità cristiana è chiamata a condividere questo cammino, sostenendosi reciprocamente.

Un Vangelo impegnativo, ma pieno di speranza

L'abito nuziale è il nostro sì alla festa di Dio, pronunciato con entusiasmo, umiltà e responsabilità. Non basta essere presenti: dobbiamo riconoscere il dono ricevuto e partecipare alla gioia comune, senza tirarci fuori attraverso le nostre chiusure e pretese.

Questo Vangelo ci ricorda che siamo tutti invitati, non perché perfetti, ma perché amati. Abbiamo bisogno della misericordia di Dio per comprendere la speranza alla quale ci chiama e la gioia di vivere insieme accanto a lui.

Possiamo quindi ringraziarlo perché continua a prepararci un posto alla sua festa. A noi il compito di rinnovare ogni giorno il nostro sì, lasciandoci rivestire dal suo amore e diventando parte viva della comunità.

Episodi: Il podcast di don Andres Bergamini

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