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ep. 97 st. 1 La tragicità tipica di Cavalcanti, in questa ballata risulta piuttosto attenuata; è più corretto, in questo caso, parlare di malinconia e di rassegnazione della propria condizione devastata dall'amore. Il poeta è lontano dalla donna amata e sente su di sé un presentimento di morte. Scrive dunque un messaggio di addio affidato alla poesia.
Perch'i’ non spero di tornar giammai, ballatetta, in Toscana, va tu, leggera e piana, dritt’ a la donna mia che per sua cortesia ti farà molto onore.
Tu porterai novelle di sospiri, piene di doglia e di molta paura; ma guarda che persona non ti miri che sia nemica di gentil natura, tu saresti contesa, tanto da lei ripresa, che mi sarebbe angoscia, dopo la morte poscia pianto e novel dolore.
Tu senti, ballatetta, che la morte mi stringe sì che vita m’abbandona, e senti come ’l cor si sbatte forte per quel che ciascun spirito ragiona. tanto è distrutta già la mia persona ch’i’ non posso soffrire: se tu mi vuo’ servire mena l’anima teco, molto di ciò ti preco, quando uscirà del core.
Deh ballatetta, alla tua amistate quest’anima che trema raccomando: menala teco nella sua pïetate a quella bella donna a cui ti mando. Deh! ballatetta, dille sospirando quando le se’ presente: questa vostra servente viene per star con vui, partita da colui che fu servo d’Amore.’
Tu, voce sbigottita e deboletta, ch’esci piangendo de lo cor dolente, coll’anima e con questa ballatetta va ragionando della strutta mente. Voi troverete una donna piacente di sì dolce intelletto che vi sarà diletto davanti starle ognora. Anima, e tu l’adora sempre nel su’ valore.