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La trappola nascosta del rendere tutto più facile | EP. 1

La trappola nascosta del rendere tutto più facile | EP. 1

Quelli che se la sono cercata

La trappola nascosta del rendere tutto più facile | EP. 1 · 24 set 2026 · 14:20

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Perché alcune vittime ci sembrano più “colpevoli” di altre? E perché temiamo di più i rischi visibili e improvvisi rispetto a quelli lenti e quotidiani?

In questo episodio, Riccardo Palumbo distingue pericolo, rischio e incertezza e racconta come euristiche, moralizzazione e bisogno di attribuire una colpa influenzino il nostro giudizio.

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Lo scorso 30 luglio una valanga si è staccata sul Broad Peak, la dodicesima montagna più alta della Terra, nel Karakorum pakistano. Ha travolto una spedizione di dieci persone. Non è sopravvissuto nessuno.

Tra loro c’era Nirmal Purja, per tutti Nims. Aveva compiuto da pochi giorni quarantatré anni, ex Gurkha delle forze speciali britanniche, l’uomo che nel 2019 aveva salito tutti i quattordici Ottomila in sei mesi e sei giorni. Un’impresa fino ad allora ritenuta impossibile. Anche l’uomo che firmò, con il suo team, la prima invernale del K2.

Pochi giorni prima aveva scritto una frase che riletta ora ha un sapore davvero amaro: al Broad Peak non chiedeva altro che “un passaggio sicuro, su e giù”.

Difficile immaginare qualcuno più preparato di lui e quella salita non rientrava certo tra le sue imprese più esposte.

Eppure è morto.

C’è un evento che riguarda Nims che mi fece sorridere e che oggi è l’incipit di questo episodio. Nell’estate del 2022 fu fotografato di fronte a Capanna Margherita, in cima al Monte Rosa, in scarpe da ginnastica e pantaloni pinocchietto. Gli appassionati di montagna lo ricorderanno.

Fu subito travolto sui social da chi – probabilmente senza sapere chi fosse e quali imprese avesse già compiuto – lo giudicava uno “sprovveduto e irresponsabile”. Lui si limitò a rispondere “so quello che faccio” e considerando la sua storia penso che nessuno possa dubitarne.

Ora è proprio sulle sentenze di chi probabilmente non va in montagna e si affretta a formulare giudizi del tipo “se la sono cercata” che vorrei guardare da vicino.

Vorrei rispondere a una domanda: perché giudichiamo come particolarmente pericolose alcune attività e non altre, intendo a parità di rischio chiaramente. E perché solo sulle prime esprimiamo giudizi morali che colpiscono chi le compie? Naturalmente non si tratta solo di chi va in montagna, ma in generale di tutti quelli che svolgono attività in ambienti ostili.

Tre parole che confondiamo: rischio, pericolo, incertezza

Partirei separando tre parole che spesso vengono trattate come sinonimi pur avendo significati molto diversi.

Il “pericolo” è la fonte oggettiva del danno: la valanga, il seracco, la scarica di sassi, la quota. In un ambiente ostile è un dato: esiste a prescindere da noi, e non lo si elimina. Il “rischio” è un’altra cosa: è una probabilità, nasce dall’incontro tra quel pericolo e la nostra esposizione, e su questo si può intervenire. È esattamente ciò che fa l’alpinista competente: legge il manto nevoso, si equipaggia, si allena, sceglie l’orario, cambia via, rinuncia. L’alpinista esperto riduce il rischio, non il pericolo.

C’è poi un terzo termine che mi sta particolarmente a cuore. Molto di ciò che accade in alta quota non è dovuto al rischio, in senso stretto, è dovuto all’“incertezza”. La distinzione risale a Frank Knight e attraversa il lavoro di Gerd Gigerenzer: nel rischio la distribuzione di probabilità è nota a priori, nell’incertezza no.

Se avete studiato statistica vi sarete approcciati al calcolo delle probabilità con esempi del tipo: lancio un dado qual è la probabilità che esca un 6? Naturalmente è 1/6, a meno che il dado sia truccato. Oppure punto una somma sul 13 alla roulette qual è la probabilità di vincere? O ancora estraggo una carta a caso da un mazzo di carte francesi qual è la probabilità di avere una figura? Il punto è che noi non viviamo in un casinò, dove le distribuzioni di probabilità degli eventi sono note a priori. Sappiamo quante facce ha un dado, quanti numeri possono uscire alla roulette, di quante carte di compone un mazzo. Nella vita vera le probabilità a priori non sono note. Il mondo non è enumerabile in anticipo. Una singola valanga, in un dato istante, non è estratta da un’urna di cui conosciamo la composizione. E se il mondo fosse un’urna non sapremmo comunque cosa ci sta dentro. Lo stesso vale per gli investimenti finanziari, per le scelte di lavoro, per i matrimoni ed altro ancora.

Si può essere maestri nel ridurre il rischio e restare esposti all’incertezza. Nessuna preparazione può azzerare l’incertezza proprio perché l’incertezza affonda le sue radici nell’ignoto.

Da qui parte tutto il resto, perché è proprio su questo confine che il nostro giudizio scivola.

La ricerca converge su un punto: non giudichiamo i rischi in base a quanto possono davvero farci male. Li giudichiamo in base a quanto li vediamo e a quanto possiamo dare la colpa a chi li corre.

Due piani da non confondere

C’è chi trascura le cautele – ad esempio sale in montagna senza preparazione né equipaggiamento adeguati – e per questo deve essere soccorso, a spese di altri: comprendo che qui la critica abbia un fondamento, perché c’è una negligenza e c’è un danno verso terzi.

C’è poi chi rispetta le regole, la montagna e i rischi che essa comporta, adotta ogni cautela, e muore lo stesso, sotto un per

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