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ep. 95 st. 1 In questo sonetto si come il punto di partenza provenga da Guinizzelli e al tempo stesso vi sia già un superamento del modello guinizzelliano. La lode sfocia nell'ineffabilità. Qui abbiamo infatti un assaggio della tragicità di Cavalcanti; egli è sbigottito perché il mistero della donna è insuperabile ed è incomprensibile attraverso i mezzi umani. Non possiamo dire che la donna che qui appare sia propriamente la donna-angelo di Guinizzelli o di Cino da Pistoia; è sì un'apparizione miracolosa, ma è avvolta nel dramma e nell'angoscia.
Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira, che fa tremar di chiaritate l’âre e mena seco Amor, sì che parlare null’omo pote, ma ciascun sospira?
O Deo, che sembra quando li occhi gira! dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare: cotanto d’umiltà donna mi pare, ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.
Non si poria contar la sua piagenza, ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute, e la beltate per sua dea la mostra.
Non fu sì alta già la mente nostra e non si pose ’n noi tanta salute, che propiamente n’aviàn canoscenza.