Lo spazio di oggi è dedicato alle
cover e a chi ha saputo trasformarle in qualcosa di speciale. Tra queste, una figura spicca più di tutte:
Amy Winehouse, artista capace di assorbire influenze diversissime e restituirle con una voce unica, personale, irripetibile.
Prima di trovare il proprio stile, Amy aveva ascoltato di tutto: Sinatra e James Taylor in famiglia, mentre il fratello le aveva fatto scoprire Sonic Youth, Pearl Jam e Therapy?. Poi erano arrivati il soul, il jazz, i girl group, il reggae. Un mosaico di generi che avrebbe plasmato la sua identità musicale.
Winehouse, scomparsa il 23 luglio 2011, non si limitò a trasformare queste influenze in ispirazione:
tornò spesso alle canzoni che amava, reinterpretandole dal vivo o in studio. Seguendo la selezione di
Ultimate Classic Rock, ecco
12 cover che raccontano la sua storia musicale:
- A Song for You di Leon Russell (1970)
- Cupid di Sam Cooke (1961)
- Hey Little Rich Girl dei The Specials, con cui Amy aveva un legame speciale: nel 2009 salì a sorpresa sul palco del loro festival per cantarla con la band
- I Heard It Through the Grapevine di Gladys Knight & The Pips (2006)
- Will You Still Love Me Tomorrow delle Shirelles
- All My Loving dei Beatles
- I Love You More Than You’ll Ever Know dei Blood, Sweat & Tears (1968)
- Beat It di Michael Jackson, cantata due volte nell’ottobre 2006
- (Quinn the Eskimo) The Mighty Quinn di Bob Dylan
- Don’t Look Back in Anger degli Oasis
- Remember (Walking in the Sand) delle Shangri-Las
- A Message to You, Rudy di Dandy Livingstone
Tra tutte,
Beat It assume un valore particolare: Michael Jackson era uno degli artisti che Amy aveva amato di più da ragazza. “Sono cresciuta in una casa di Michael Jackson, non in una di Prince”, raccontava. Il suo rapporto con quella musica era profondo, viscerale, più di una semplice cover.