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La trappola nascosta del rendere tutto più facile | EP. 1

La trappola nascosta del rendere tutto più facile | EP. 1

Il ritorno a un’economia umana

La trappola nascosta del rendere tutto più facile | EP. 1 · 8 ott 2026 · 14:52

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Se questa storia fosse la sceneggiatura di un film inizierebbe con un docente di economia che lavora in un dipartimento di neuroscienze, fa ricerca in collaborazione con colleghi psicologi, neurologi, radiologi, biologi, fisiologi e poi arriverebbe la fatidica domanda: come è potuto accadere? Perché un economista (peraltro di quelli che studiano i meccanismi di funzionamento delle aziende) si trova in un dipartimento di Neuroscienze?

Poi il flashback.

Questo è un articolo di una newsletter sulla razionalità umana, non la sceneggiatura di un film per cui la faccio breve. Quando qualcuno mi chiede perché, rispondo con un’altra domanda: se l’economia è lo studio di come gli esseri umani decidono in merito a risorse scarse, dunque scelgono, cooperano, esprimono o meno fiducia e valori morali, perché dovrebbe starsene chiusa in una stanza, da sola?

Quest’anno la sezione di Economia comportamentale e Neuroeconomia che coordino, nata nel Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Chieti-Pescara, ha compiuto dieci anni. All’inizio l’idea sembrava a molti piuttosto eccentrica. Oggi l’economia comportamentale è ovunque: nei governi, nelle aziende, nella vita di tutti i giorni. Vale la pena chiedersi come sia successo. E soprattutto cosa significhi, davvero, per chi oggi deve formarsi.

Una disciplina entrata in aula dalla porta di servizio

Facciamo un passo indietro. Il lavoro che diede una spallata all’economia ortodossa – la Prospect Theory di Kahneman e Tversky – è del 1979, e uscì su Econometrica, una delle riviste più ortodosse della professione. La sede si rivelò decisiva, anche se, per ammissione dello stesso Kahneman, non era stata scelta per strategia: pubblicare su Econometrica significò comunque parlare direttamente agli economisti; se lo stesso lavoro fosse apparso su una rivista di psicologia, il dibattito tra gli economisti avrebbe tardato ad arrivare. Per anni quel paper è rimasto l’articolo più citato mai pubblicato da Econometrica, anche se la disciplina, nel suo insieme, ha faticato a lungo a trarne le conseguenze. Come ho raccontato nel secondo articolo di questa newsletter (L’uomo che visse due volte), a metà Novecento l’economia aveva ormai consolidato un patto con la matematica e messo da parte la psicologia: l’homo oeconomicus era l’assioma comodo che permetteva di andare avanti senza sporcarsi le mani con gli esseri umani reali.

Eppure, non era sempre stato così. L’economia nasce, a ben guardare, come una scienza del comportamento umano. Diciassette anni prima della Ricchezza delle nazioni (1776), Adam Smith aveva già scritto la Teoria dei sentimenti morali (1759): un libro che descrive l’empatia, il senso di giustizia e il modo in cui ci giudichiamo con gli occhi di uno “spettatore imparziale” che tiene a freno le passioni. Vi si trova perfino, in nuce, l’avversione alle perdite: Smith nota che soffriamo nel cadere da una condizione migliore a una peggiore più di quanto godiamo nel cammino opposto. Non a caso tre economisti comportamentali, Ashraf, Camerer e Loewenstein, lo hanno riletto nel 2005 come un loro precursore. E per oltre un secolo la psicologia restò di casa: i teorici dell’utilità, da Bentham a Jevons a Edgeworth, ragionavano apertamente in termini di piacere e dolore.

La separazione arrivò all’inizio del Novecento, e ha un protagonista italiano: Vilfredo Pareto, che volle una teoria della scelta indipendente dalla psicologia; il percorso si completò con Hicks e Allen e con le preferenze rivelate di Samuelson (1938). Luigino Bruni e Robert Sugden hanno raccontato quella svolta in un saggio del 2007 intitolato, appunto, «La strada non presa». Ci vorranno decenni perché qualcuno torni a riaprirla: in questo senso l’economia comportamentale non è un’eresia recente, ma un ritorno a casa.

E c’è una radice ancora più vicina a noi italiani. Prima ancora di Smith, a Napoli, un’intera scuola aveva pensato l’economia come scienza dell’uomo e delle sue relazioni. Nel 1754 Antonio Genovesi salì sulla cattedra napoletana di Commercio e meccanica, considerata da molti la prima cattedra di economia d’Europa. Quando ne raccolse le lezioni non le chiamò economia e basta: le chiamò economia civile. Con lui – e prima di lui con Paolo Mattia Doria, poi con Gaetano Filangieri – prese forma un’idea del mercato come luogo di reciprocità e di «pubblica felicità», fondata su ciò che Genovesi metteva al centro di tutto: la «fede pubblica», cioè la fiducia. Non è, in effetti, economia comportamentale nel senso odierno: è qualcosa di diverso e complementare, l’intuizione che lo scambio economico sia prima di ogni cosa un fatto umano e relazionale. E non è un caso che lo stesso Luigino Bruni che ha raccontato «la strada non presa» sia oggi fra i maggiori studiosi dell’economia civile.

Il Nobel a Kahneman, nel 2002 – condiviso con Vernon Smith, padre dell’economia sperimentale, e non con Amos Tversky, con cui quelle idee erano nate, perché scomparso nel 1996 (il premio non si assegna alla memoria) – ha soprattutto accelerato un passaggio: quello dalla ricerca, dove il processo era già maturo, alla formazione e alla pratica professionale, cioè al lavoro di chi porta questi strumenti dentro le imprese e le istituzioni. Il gruppo di ricerca sull’economia comportamentale al NBER – il National Bureau of Economic Research, il principale centro di ricerca economica statunitense – esisteva già dal 1992; Nudge di Thaler e Sunstein è del 2008; la prima «nudge unit» governativa, quella britannica, nasce nel 2010, sette anni prima che a Thaler arrivasse il suo, di Nobel, nel 2017. I riconoscimenti, insomma, sono arrivati dopo, e hanno poi accompagnato la diffusione di questi temi nei programmi universitari.

Se un termometro dell’interesse crescente esiste, per quanto grezzo, è la curiosità del pubblico. Le ricerche mondiali per «behavi

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