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Phil Collins, l'alcol e chi in Italia va in carcere per droga

Musica e Mondo · 3 ago 2026 · 6:26

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L'altroieri il Sunday Times ha pubblicato un'intervista in cui Phil Collins, per la prima volta, racconta nel dettaglio la sua dipendenza dall'alcol: il ricovero in Svizzera a fine 2023, la terapia intensiva di aprile 2024, i reni che cedevano, i cinque figli chiamati per decidere se staccare le macchine. Oggi non beve da due anni, ha un'infermiera in casa ventiquattr'ore su ventiquattro, e a novembre entrerà nella Rock and Roll Hall of Fame. Sei giorni fa, in Italia, la Camera ha approvato la detenzione domiciliare terapeutica: chi è condannato a non più di otto anni per un reato legato alla propria dipendenza può scontare la pena in una comunità invece che in carcere. Una buona legge, dicono le associazioni di categoria. Il problema è il resto: nelle carceri italiane oltre ventimila persone hanno una dipendenza, il trentadue per cento del totale, il dato più alto dal 2006. Il ministro Nordio parla di diecimila persone coinvolte. Il suo stesso ministero ammette che i fondi bastano per cinquecento. Phil Collins ha rischiato di morire per una sostanza legale. Nessuno lo ha denunciato. Piero Ciampi e Fabrizio De André convivevano con l'alcol, e oggi sono maestri della canzone italiana. La differenza tra loro e chi finisce a Poggioreale non è clinica. È il conto in banca e la tabella delle sostanze.

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