AudioCassetta | by Cassetta degli AI-trezzi
AudioCassetta | by Cassetta degli AI-trezzi · 17 giu 2026 · 1:10:19
Ascolta nell'app Podli 🎧
Segui i tuoi podcast preferiti, ascolta offline e in auto con CarPlay e Android Auto, e riprendi sempre da dove eri rimasto. Provala gratis.
In breve — Le ricerche su AI valgono già il 56% di quelle su Google. Il CTR dai siti è sceso dall’8% al 15% da quando è arrivata l’AI Overview. Se non sei nelle risposte dei modelli, non sei nel percorso d’acquisto di una fetta crescente di clienti. La GEO (Generative Engine Optimization) è il campo da gioco parallelo. Tre mosse concrete nella sezione finale.
Ho parlato di tutto questo con Francesco Fabris, lo trovi qui su LinkedIN, nella puntata di Audiocassetta. Francesco sta costruendo Geoactor uno strumento per misurare dove e come vieni citato dai modelli AI rispetto ai competitor, con analisi tecnica del sito e tracciamento delle risposte. Se volete sentirvi la conversazione completa, è già su Spotify e Apple Podcast.
Ieri sera, in diretta su Audiocassetta, ho parlato con Francesco Fabris, founder di Euphor.ia, una delle aziende italiane che lavorano sui workflow agentici da prima che diventasse di moda.
Stavamo parlando di GEO, Generative Engine Optimization, e a un certo punto Francesco ha detto una cosa che vale la pena scrivere nero su bianco:
“Se l’AI non ti cita, non esisti nel 2026.”
Non era un’ idea futuristica. Ma una descrizione di quello che sta già succedendo.
L’esempio che usa Francesco è semplice: una volta la ricerca del ristorante la facevi su TheFork. Oggi la chiedi a Gemini o Perplexity. Il risultato non è una lista di link con stelle e orari: è una risposta. Quattro nomi, una spiegazione, magari un link.
Se il tuo ristorante non è in quella risposta, per quella persona non esisti.
Questa scena si ripete milioni di volte al giorno. Non solo ristoranti: avvocati, consulenti, aziende manifatturiere che vendono componenti B2B. Le persone non cercano più solo su Google. E il risultato non è una lista di link: è una risposta.
Il problema è che quella risposta include qualcuno ed esclude qualcun altro.
Qui trovi Euphor.ia, l’azienda di Francesco.
I numeri che pochi conoscono
Secondo dati Ahrefs, le sessioni AI valgono già il 56,3% del volume della ricerca tradizionale. Non vuol dire che Google è morto: vuol dire che la torta è cresciuta, ma che la quota di Google si è ridotta. Fatte 100 ricerche su Google, ce ne sono già 56 su AI.
E poi c’è il dato che fa male davvero: il CTR.
Da quando Google ha introdotto l’AI Overview, quella sintesi automatica che appare in cima ai risultati, il click-through rate medio è passato dal 15% all’8%. Su 100 persone che cercano qualcosa, 92 leggono la risposta AI e non cliccano su nessun sito. Nell’1% residuo, qualcuno clicca su una fonte. E quella fonte sei tu. O non sei tu.
45 miliardi di interazioni al mese sui principali modelli AI. McKinsey stima 750 miliardi di dollari di ricavi influenzati da AI entro il 2028, solo negli Stati Uniti. Non generati direttamente dall’AI — ma influenzati. La differenza non cambia la domanda: quando qualcuno chiede a un’AI se comprare da te, tu sei nella risposta?
Come funziona: la logica della citazione dell’AI
I modelli AI moderni non vanno nella loro “memoria” per rispondere a domande pratiche. Funzionano con un meccanismo chiamato RAG (Retrieval-Augmented Generation): recuperano informazioni aggiornate dal web e le sintetizzano. La risposta che vedi è la sintesi di quello che hanno trovato.
C’è un altro meccanismo importante: il query fanout. Quando fai una domanda, il modello non cerca solo quella domanda esatta. La smonta in più sotto-domande, va in parallelo su direzioni diverse, poi sintetizza. “Dove mangio pesce fresco a Milano?” diventa “ristoranti pesce Milano”, “recensioni pesce fresco Navigli”, “migliori trattorie di mare centro Milano”. Se hai contenuto su quelle sfumature, puoi essere citato in uno o più dei rami.
La conseguenza pratica: non basta una pagina “Chi siamo” ben scritta. Servono contenuti che rispondono a domande specifiche, da più angolazioni.
Ecco i tre consigli di Francesco
Capsule copywriting: scrivi per atomi, non per pagine
Qui cambia la logica rispetto alla SEO classica.
Prima ottimizzavi per le keyword: più ne mettevi, meglio era. Il modello AI ragiona diversamente. Un articolo infinito, denso, pieno di ripetizioni, il modello fatica a leggerlo. E se fatica, non lo cita.
Il capsule copywriting è l’idea di scrivere in blocchi atomici: ogni contenuto risponde a una domanda precisa, in poche righe, in modo diretto. Una domanda, una risposta, un paragrafo. Molti blocchi, molte sfumature.
Se fai le finestre a Chieti:
* “Come scegliere il vetro termoisolante per una casa anni ‘70” → un articolo
* “Quanto costa sostituire una finestra in PVC nel 2026” → un altro
* “Come capire se è il momento di cambiare i serramenti” → un altro ancora
Ognuno di questi è un punto di accesso nelle risposte AI. Insieme costruiscono un profilo di contenuto che il modello può citare su più fronti.
EEAT: il framework che già esiste (ma quasi nessuno applica)
Google ha codificato questa logica con il framework EEAT: Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness.
Experience (esperienza diretta): scrivi di cose che hai fatto davvero. Se hai sostituito 200 finestre nell’ultimo anno, hai dati originali che nessun altro sito ha. Foto originali, numeri reali, casi concreti.
Expertise</s
Episodi: AudioCassetta | by Cassetta degli AI-trezzi