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N. 27 | Le domande che escono quando togli le slide

AudioCassetta | by Cassetta degli AI-trezzi · 22 dic 2025 · 1:45:47

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Qualche sera fa ho provato una cosa diversa.

Niente slide. Niente scaletta. Niente “oggi vi parlo di...”.

Una call aperta, prima di Natale. Io, Sergio Bertolini, e chiunque volesse entrare. L’unica regola: voi portate le domande, noi portiamo quello che sappiamo. Vediamo dove andiamo.

Sergio aveva già testato il format a febbraio, in un evento dal vivo. Platea mista — imprenditori, pensionati, professionisti. Non sapeva cosa aspettarsi. Ha ribaltato tutto: la trama la fate voi.

Ha funzionato. E quando me l’ha raccontato, ho pensato: proviamola anche online.

Due ore dopo, avevo capito una cosa.

Le domande che le persone fanno quando non c’è una scaletta sono completamente diverse da quelle che fanno ai corsi. Più vere. Più scomode. Più utili.

Il corso che non funziona

C’è un pattern che vedo ripetersi ovunque.

Azienda che vuole “fare qualcosa con l’AI”. Corso di formazione. Otto ore, sedici ore, due giornate. Slide bellissime, demo impressive, esercitazioni guidate. Alla fine tutti contenti. Attestato, foto di gruppo, “è stato molto interessante”.

Poi passano due settimane. Chiedi: state usando quello che avete imparato?

Silenzio.

“No, ma è stato utile eh. Solo che poi con il lavoro...”

Ecco. Il lavoro. Quello che c’era prima del corso e che c’è dopo il corso, identico. L’AI resta una cosa vista in aula, non uno strumento sulla scrivania.

Non è colpa delle persone. Non è colpa del formatore. È colpa del format.

Quando qualcuno ti spiega qualcosa, tu ascolti. E ascoltare è passivo. Puoi ascoltare per ore e non cambiare niente di come lavori. Perché non c’è attrito. Non c’è bisogno. Non c’è quel momento in cui pensi “cazzo, questo mi serve adesso”.

Le domande vere nascono dai problemi veri. E i problemi veri non emergono durante un corso. Emergono il lunedì mattina, quando hai la deadline e non sai da che parte girarti.

Quello che è emerso

Quella sera le domande sono arrivate da commercialisti, avvocati, informatici, imprenditori, formatori. Contesti diversi, settori diversi.

Ma i temi erano sempre gli stessi.

La resistenza che non ti aspetti.

Come fai a convincere persone che “con Excel già fanno fatica” a usare uno strumento nuovo? Come superi il muro di chi pensa che l’AI sia roba da ingegneri, da giovani, da gente che ha tempo da perdere?

Il punto è che quella resistenza non è tecnica. È identitaria. È la paura di sentirsi inadeguati, di non capire, di fare figure di merda. E non la smonti con le slide sui benefici della produttività. La smonti solo facendo vedere che quella cosa lì — quella specifica, sul tuo documento, nel tuo flusso — si può fare. E si può fare adesso, insieme.

Il gap tra il corso e l’uso.

Tutti hanno fatto corsi. Webinar, workshop, tutorial YouTube. Sanno cos’è un prompt, hanno visto le demo, conoscono i nomi degli strumenti. Ma tra sapere che esiste e usarlo ogni giorno c’è un canyon.

Quel canyon non si attraversa con più formazione. Si attraversa con l’accompagnamento. Con qualcuno che ti segue mentre provi, che ti corregge quando sbagli, che ti fa vedere dove stai perdendo tempo. Il corso ti dà la mappa. Ma la mappa non è il territorio.

La domanda sbagliata sugli strumenti.

“Qual è l’AI migliore?” È la domanda che fanno tutti. Ed è la domanda sbagliata.

Non esiste l’AI migliore. Esistono strumenti diversi che fanno cose diverse. ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot — ognuno ha i suoi punti di forza. E cambiano ogni tre mesi. Quello che era il migliore a settembre non è detto che lo sia a dicembre.

La domanda giusta è un’altra: qual è lo strumento che si incastra nel modo in cui lavoro già? Se usi Microsoft 365 tutti i giorni, Copilot ha senso. Se il tuo team è già su ChatGPT, parti da lì. La tecnologia migliore è quella che le persone useranno davvero, non quella che vince i benchmark.

Il nodo dell’automazione.

“Vorrei automatizzare questo processo.” Lo dicono tutti. E quasi sempre è prematuro.

Prima di automatizzare devi capire se le persone sono pronte a fidarsi dell’automazione. Se non lo sono, costruirai un sistema bellissimo che nessuno usa. L’agente, il workflow, l’integrazione — sono il punto di arrivo, non il punto di partenza. Prima viene la cultura, poi viene la tecnologia.

Ho visto aziende buttare mesi su automazioni sofisticate che poi nessuno ha adottato. E ho visto team trasformarsi con niente di più che un prompt ben fatto e qualcuno che li seguiva mentre imparavano a usarlo.

La solitudine di chi ha già capito.

Questa mi ha colpito. C’è gente che l’AI la usa già, e bene. Che ha capito il potenziale, che sperimenta, che risparmia ore ogni settimana. Ma si sente sola.

Perché i colleghi non capiscono. Perché i consulenti che incontra ne sanno meno di loro. Perché non trovano nessuno che gli dica “fin qui puoi arrivare, da qui in poi è rischioso”.

Uno ha raccontato di aver spiegato cose al consulente di Google invece che il contrario. Un altro ha descritto come ha risparmiato mesi di lavoro su una pratica legale, ma non sa con chi confrontarsi per capire se sta facendo le cose giuste.

Sono i pionieri. Quelli che vanno avanti da soli. E hanno bisogno di una cosa sola: qualcuno che parli la loro lingua e li aiuti a non farsi male.

Il cambio di paradigma

A un certo punto della serata qualcuno ha detto una cosa che mi è rimasta.

“Prima scrivevo. Adesso progetto.”

Era un avvocato. Raccontava di come è cambiato il suo modo di lavorare. Non delega tutto all’AI. Non le chiede di scrivere al posto suo. Le dà la struttura, i pezzi, l’impostazione. Poi verifica, corregge, rifinisce.

“Sono il direttore d’orchestra.”

Ecco. È questa l’immagine.

Non il lavoratore sostituito dalla macchina. Il professionista che orchestr

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