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Peopole of the Moon, di Nu Genea (secondo Pierluigi Spagnolo)

Parliamone · 31 mag 2026 · 3:50

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Dentro People of the Moon i Nu Genea non stanno più semplicemente facendo disco-funk mediterraneo, stanno costruendo un posto mentale. Un rifugio in cui Napoli parla con Istanbul, il Brasile risponde in portoghese e il groove diventa una lingua universale. Dopo il culto istantaneo di Bar Mediterraneo, Massimo Di Lena e Lucio Aquilina tornano con un disco che non rincorre il precedente: lo espande, lo sporca, lo rende più notturno e meno cartolina.People of the Moon è un album che si muove per stratificazioni. Non cerca il singolo da playlist, anche se pezzi come “Sciallà” o “Onenon” hanno tutto per diventare tormentoni da tramonto sul lungomare. Cerca piuttosto una continuità emotiva, un flusso che ti accompagna senza mai fermarsi davvero. Lo si sente subito in “Acelera”, con la voce di María José Llergo che apre il disco come un rituale flamenco immerso nell’Italo-disco, oppure nella title track, che sembra galleggiare tra synth analogici e malinconie. La vera forza del disco, però, è il modo in cui tutto convive senza sembrare mai forzato. Afrobeat, funk napoletano, highlife, bossa nova levantina, jazz-fusion mediterranea: detto così sembra una playlist algoritmica impazzita. Invece i Nu Genea riescono a dare coerenza a ogni deviazione grazie a un dettaglio che ormai è il loro marchio di fabbrica: il ritmo come architettura emotiva. Anche quando il disco rallenta — “Shway Shway” ne è l’esempio perfetto — continua a pulsare sottopelle. E poi c’è la questione linguistica. Napoletano, arabo, spagnolo, inglese, portoghese: People of the Moon parla tante lingue ma non perde mai identità. Anzi, sembra ribadire che l’identità non è qualcosa da difendere chiudendosi, ma qualcosa che cresce contaminandosi. È probabilmente questo il senso più bello del disco: non l’esotismo da collezionisti di vinili, ma la ricerca sincera di un suono senza confini. Non tutto, però, colpisce allo stesso modo. Alcuni brani centrali rischiano di sfumare un po’ nella fluidità generale, e chi cercava l’immediatezza quasi perfetta di Nuova Napoli potrebbe trovarlo meno esplosivo al primo ascolto. Le reazioni oscillano tra entusiasmo assoluto e chi sente la mancanza di pezzi più diretti. Ma è proprio uno di quei dischi che crescono mentre li vivi: meno fuochi d’artificio, più atmosfera persistente. Alla fine, People of the Moon funziona perché non prova mai a sembrare internazionale: lo è e basta. Non rincorre tendenze globali, li assorbe naturalmente dentro una sensibilità profondamente partenopea. E in un panorama musicale sempre più ossessionato dalla velocità, i Nu Genea fanno una scelta quasi radicale: prendersi tempo, curare i dettagli, lasciare respirare le canzoni.Sotto la luna dei Nu Genea si balla ancora, certo. Ma questa volta si guarda anche un po’ più in alto.


VOCE 
Antonino Jonathan Luzzi

Episodi: Parliamone

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