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Negli anni Sessanta la poesia di Margherita Guidacci attraversa una stagione di grido e di smarrimento, culminata in Neurosuite e Terra senza orologi. Ma negli anni Settanta, da Taccuino slavo a Il vuoto e le forme, la natura diventa l’unico appiglio positivo, luogo di una creaturalità confidente e fiera. Attraverso i quattro elementi e un vivace paesaggismo, la frattura tende al canto e approda alla pace.