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Luigi Pirandello, Un Goj. Racconto breve. Novelle per un anno. Audiolibro

Voce Narrante · 23 set 2026 · 18:32

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Luigi Pirandello, Un Goj. Racconto breve. Novelle per un anno. Audiolibro
Voce narrrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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Mentre l’Italia sacrifica 650mila giovani al fronte di una guerra sanguinosa e crudele, mentre gli Alpini cantano Vogliam la pace, e Gorizia tu sei maledetta, in una famiglia italiana compare all’improvviso un presepe dove, in luogo di pastori, mestieranti, angeli, agnelli e galline, si ritrovano soldatini di stagno giocattolo dislocati come su un plastico tattico, le armi rivolte verso uno stesso punto: la Sacra Famiglia e la mangiatoia del Puer Aeternus. Immagine di una violenza inaudita, volutamente iconoclasta, con cui Luigi Pirandello conclude uno dei suoi racconti più riusciti, Un Goj.
Simulacri della realtà, non reali in sé, le belle statuine non hanno un anima eppure sembrano animate, poiché esprimono il senso di un conflitto profondo che si estrinseca in tutta la sua crudeltà sia a livello personale, che sul piano della collettività: nella persecutoria guerra di religione intrapresa dal suocero cattolico di un marito ebreo, e nella guerra imperialista intrapresa da un’Italia borghese, coloniale e prefascista. La notte di Natale, il marito perseguitato, con l’ironia propria del suo carattere, cambia volto al presepe, lo stesso preepe che il suocero ha allestito in pompa magna non per devozione, ma per narcisistica volontà di riaffermare la propria ostilità nei confronti del genero ebreo.
L’immagine su cui si chiude varrebbe da sola tutto il racconto, non fosse che per condurre il lettore a quello spettacolo Pirandello mette in atto una magistrale narrazione giocata interamente su una garbatissima ironia, per descrivere un contesto miserrimo nel quale prende posizione sull’antisemitismo che nel ‘22, l’anno in cui uscì il racconto, tuonava già imperioso e criminale dalle birrerie di Monaco, dove un giovane Hitler denunciava l’emancipazione politica degli ebrei come una ‘malattia delirante’ della storia moderna.
Ora, è palese come le statuine del presepe ‘riformato’ dal povero Catellani, che ha già dovuto rinunciare al suo status nella comunità ebraica (e al proprio cognome), per poter sposare la donna che ama, e nonostante questo viene quotidianamente bullizzato dal padre di lei, abbiano un’anima. Le statuette sono animate dallo spirito dell’arte con cui la ricomposizione ha riformulato il messaggio disposto dalla mimesi rituale: un’Italia che ostenta il proprio fervente cattolicesimo e poi accetta, con supina e colpevole condiscendenza, di mandare a morire la sua gioventù, per traslocare qualche centinaio di chilometri di confine, è una nazione ipocrita.
Le armi dei soldatini giocattolo, con cui gli italiani vengono simbolicamente addestrati fin da bambini alla mentalità imperialista, sparano contro il messaggio di pace e fratellanza che la religione confessata pretenderebbe di portare, con quei santi martiri che avevano disertato l’esercito romano, poiché rifiutavansi di uccidere altri fratelli cristiani. Venerati da chi? Dagli stessi che oggi vanno alla pia messa di Natale, ma poi si scannano sul fronte alpino. Ecco allora che le statue del giovane ebreo prendono vita sul plastico nel futuristico presepe, la loro disposizione ha insufflato in esse lo spirito di una nazione, che dalla violenza collettiva della guerra si riflette nei micro conflitti familiari, di cui la persecuzione religiosa contro il Catellani è solo un riflesso. In quei soldatini di stagno abita lo spirito di un’Europa che esce in quel momento da una guerra sanguinosa, ma ne sta già preparando un’altra.


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