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Parto dalle ultime parole del Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Sono utili per comprendere il senso profondo di questo brano, senza ridurlo soltanto al tema delle vocazioni sacerdotali o religiose. Certamente il Vangelo parla della chiamata degli Apostoli e della missione, ma prima di tutto riguarda ciascuno di noi.
La prima domanda che ci possiamo porre è: che cosa abbiamo ricevuto gratuitamente? Potremmo rispondere anzitutto la vita stessa, ricevuta attraverso i nostri genitori. Potremmo pensare ai nostri talenti, alle qualità che ci caratterizzano, a tutto ciò che ci rende le persone che siamo. Tuttavia il Vangelo sembra indicare qualcosa di ancora più profondo: la relazione con il Signore, il fatto di essere stati raggiunti dalla sua chiamata e dal suo amore.
Guardando ai discepoli, che all'inizio del loro cammino ricevono il nome di Apostoli e vengono inviati in missione, ci accorgiamo che anch'essi avevano ricevuto anzitutto una chiamata. Erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un pubblicano, uno zelota, perfino Giuda Iscariota. Non erano uomini particolarmente straordinari agli occhi del mondo, eppure Gesù li ha scelti liberamente e volontariamente.
Pensiamo allora a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si sente piccolo davanti a Gesù e dice: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». In quel momento sperimenta chiaramente la sproporzione tra ciò che è e ciò che riceve. Il dono nasce dall'obbedienza alla parola di Gesù e dalla sua iniziativa gratuita. Così anche per noi il dono ricevuto consiste nella vita nuova che il Signore ci comunica rendendoci suoi discepoli.
La liberazione e l'alleanza: il modello di ogni dono
Le altre letture ci aiutano a comprendere ancora meglio questo dono.
Nel libro dell'Esodo il popolo è appena uscito dall'Egitto. Dopo secoli di schiavitù, dopo una vita fatta di oppressione e fatica, Israele viene liberato. Dio lo conduce fuori dalla schiavitù, lo protegge, lo nutre e lo accompagna come un padre premuroso. Tutto questo non è il frutto dei meriti del popolo, ma un dono gratuito.
Quella liberazione apre una prospettiva nuova: una terra promessa, una vita diversa, una speranza che prima non esisteva. Anche nella nostra esperienza il Signore opera così: ci libera da ciò che ci tiene schiavi e ci apre orizzonti nuovi.
Cristo è morto per noi quando eravamo peccatori
La seconda lettura porta ancora più in profondità questo messaggio. San Paolo ci ricorda che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, peccatori e perfino nemici di Dio.
Già sarebbe raro trovare qualcuno disposto a morire per una persona giusta; Cristo invece ha dato la sua vita per chi era lontano da Lui. Questo è il cuore del dono ricevuto: il perdono, la riconciliazione, una vita nuova, la resurrezione, l'appartenenza a Dio.
Il Signore dice al suo popolo: «Voi siete miei». Questa appartenenza reciproca è una realtà meravigliosa. Dio si presenta come il Dio dell'alleanza e ci fa capire che non siamo abbandonati a noi stessi. Anche i discepoli scoprono di appartenere al Signore, e questa consapevolezza trasforma completamente la loro vita.
Come il dono di Dio cambia la nostra vita quotidiana
Ci domandiamo allora in che modo questo dono gratuito abbia cambiato concretamente la nostra esistenza.
Essere discepoli del Signore dà un significato nuovo all'essere padre o madre, marito o moglie, figlio, lavoratore, anziano, nonno. Cambia il modo di affrontare una malattia, una difficoltà, una ferita, una prova.
Quando guardiamo la nostra storia, ci accorgiamo che il dono ricevuto è sempre legato a una fragilità, a un bisogno, a una sofferenza che il Signore ha raggiunto. Spesso lo ha fatto attraverso altre persone che ci hanno aiutato, sostenuto e accompagnato. È lì che abbiamo sperimentato la sua presenza.
Per questo motivo il «gratuitamente avete ricevuto» non è un'affermazione astratta, ma la memoria viva di come Dio è entrato nella nostra vita e l'ha trasformata.
Lo sguardo compassionevole di Gesù
Prima ancora di inviare i discepoli, Gesù guarda le folle. Il Vangelo dice che ne ebbe compassione perché erano stanche e sfinite.
Ci colpisce profondamente questo sguardo di Gesù. Egli vede ciò che spesso sfugge agli altri: la fatica, il peso, lo smarrimento delle persone. Non si limita a osservare, ma si lascia toccare interiormente da quella sofferenza. La compassione è il desiderio concreto di avvicinarsi, di prendersi cura, di aiutare.
La cosa sorprendente è che Gesù non sceglie di fare tutto da solo. Invece di intervenire direttamente, coinvolge i suoi discepoli e li rende partecipi della sua missione.
Chiamati, inviati e resi capaci
Gesù fa comprendere ai suoi discepoli l'enormità del bisogno presente nel mondo: la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi.
Li invita anzitutto a pregare il Signore della messe. Poi li chiama vicino a sé. Non li manda immediatamente: prima li vuole accanto a Lui.
Successivamente dona loro il potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire le malattie. Pur essendo uomini fragili e apparentemente impreparati, vengono riempiti della forza di Dio.
Gesù li chiama per nome, uno ad uno. Questo particolare mostra quanto la missione sia personale. Nessuno viene inviato in modo anonimo.
Infine li manda. In un primo momento non verso i pagani o i samaritani, ma verso le pecore perdute della casa d'Israele. C'è un'urgenza immediata: soccorrere chi è vicino, chi è già conosciuto, chi soffre accanto a noi.
Il Regno è vicino: una missione per tutti
Durante il cammino i discepoli devono annunciare che il Regno dei Cieli è vicino. Non devono restare fermi, ma mettersi in movimento.