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Il podcast di don Andres Bergamini

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Quando Gesù ci costringe ad andare all’altra riva - Omelia XIX domenica TO anno A 9 agosto 2026

Il podcast di don Andres Bergamini · 9 ago 2026 · 12:25

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Nel Vangelo della tempesta sul lago ci colpisce innanzitutto un particolare sconcertante: Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Dopo il miracolo dei pani, dopo l’esperienza dell’abbondanza, dello stare insieme e della folla sfamata, ci aspetteremmo che Gesù rimanga con loro. Invece li manda via, quasi li allontana da sé.

Noi possiamo immaginare la perplessità dei discepoli: perché partire da soli? Perché non rimanere ancora un po’ insieme? Gesù avrebbe potuto congedare la folla e poi partire con loro. Invece insiste: dobbiamo andare dall’altra parte. Questa parola ci fa capire che anche noi, nella vita di fede, siamo spesso chiamati a partire senza avere tutto sotto controllo, a lasciare una situazione conosciuta e sicura per fidarci di una parola di Gesù.

L’altra riva passa attraverso la notte

La traversata non è affatto semplice. I discepoli incontrano il vento contrario, la notte, il buio e la tempesta. Sono pescatori esperti e conoscono bene il lago, ma questa volta sono comunque in grande difficoltà.

Ci sembra quasi che Gesù li abbia volutamente messi in una situazione nella quale devono toccare con mano la propria debolezza. Anche noi possiamo riconoscere tante situazioni nelle quali ci siamo sentiti costretti a navigare controvento: solitudini, lutti, separazioni, malattie, fatiche, fallimenti e prove che non avevamo scelto e che avremmo voluto evitare.

Possiamo domandarci quale sia, per ciascuno di noi, quella «altra riva» verso la quale il Signore ci dice: vai, ci vediamo là. Non sempre comprendiamo perché dobbiamo attraversare proprio quel mare. Eppure il Vangelo ci suggerisce che anche queste situazioni possono diventare il luogo nel quale Dio si manifesta.

Dio si rivela nel silenzio

La stessa dinamica la ritroviamo nella vicenda del profeta Elia. Dopo aver affrontato i profeti sul monte Carmelo, Elia deve fuggire dalla minaccia della regina Gezabele. Ha paura, si sente solo e arriva perfino a desiderare di morire. Anche lui deve affrontare un viaggio e una situazione nella quale sperimenta la propria fragilità.

Quando giunge sull’Oreb, Elia cerca Dio nelle manifestazioni potenti: nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco. Ma Dio non è lì. Lo incontra invece nel sussurro di una brezza leggera, nella «voce di un silenzio». Dio si fa presente con una delicatezza inattesa, rassicurando il profeta e facendogli comprendere che non è stato abbandonato.

Questo diventa per noi un insegnamento prezioso: non dobbiamo aspettarci che Dio si manifesti sempre attraverso eventi straordinari. Talvolta la sua presenza più vera è discreta, silenziosa, quasi impercettibile. Anche quando ci sembra di essere soli, egli continua ad accompagnarci.

Anche Paolo attraversa la prova

La stessa esperienza emerge nella Lettera ai Romani. Paolo manifesta un dolore profondo per i suoi fratelli ebrei, ai quali appartengono l’adozione a figli, la gloria, l’alleanza, la Legge, le promesse, i patriarchi e tutti i doni ricevuti da Dio, ma che non hanno riconosciuto pienamente Cristo.

Anche Paolo vive quindi una forma di sofferenza e di passaggio. Tuttavia, proprio attraverso questa situazione, arriva a mostrare che la strada di Dio è quella della misericordia e della fede. Anche per coloro che sembrano essersi allontanati o aver rifiutato Dio rimane sempre aperta una porta.

La prova, allora, non è necessariamente il segno che Dio ci ha abbandonati. Può diventare il luogo nel quale impariamo a riconoscere una misericordia più grande di noi.

«Coraggio, sono io, non abbiate paura»

Dopo una lunga notte, Gesù finalmente si avvicina ai discepoli camminando sul mare. Essi però non lo riconoscono. Hanno paura e pensano che sia un fantasma.

È significativo che non siano tanto le onde e il buio a spaventarli: a quelle difficoltà erano abituati. È la presenza stessa di Gesù, arrivata in un modo che non comprendono, a suscitare paura.

Ma Gesù parla immediatamente: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

Queste parole sono il cuore dell’episodio. Gesù non elimina immediatamente tutte le difficoltà, ma si fa presente dentro la tempesta. Prima ancora di cambiare la situazione, cambia il modo in cui i discepoli la vivono: non sono più soli. Lui è vicino alla barca.

Il Vangelo avrebbe potuto concludersi qui. Ma invece ci riserva una seconda sorpresa.

Pietro osa uscire dalla barca

Pietro, con il suo impeto e la sua irruenza, non si accontenta di aspettare Gesù sulla barca. Gli dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».

È una richiesta sorprendente. Perché scendere dalla barca? Perché abbandonare proprio l’unica sicurezza che ha? Eppure Gesù sembra apprezzare questo desiderio di Pietro di andare verso di lui. Non gli dice di aspettare. Gli dice semplicemente: «Vieni!»

Pietro rappresenta così quel desiderio di incontro che anche noi portiamo dentro. Non gli basta sapere che Gesù è vicino: vuole raggiungerlo. Vuole andare verso di lui, fidandosi della sua parola.

E per un tratto ci riesce davvero. Pietro cammina sulle acque. Ma quando guarda il vento e si lascia prendere dal dubbio, comincia ad affondare.

Quando ci resta soltanto «Signore, salvami»

A quel punto Pietro non ha più nulla a cui aggrapparsi. Non può contare sulla propria forza, sulla propria esperienza e nemmeno sulla barca. Gli rimane soltanto una preghiera essenziale: «Signore, salvami!»

Ed è proprio allora che Gesù interviene. Il Vangelo sottolinea che subito gli tende la mano e lo afferra.

Questa immagine diventa una delle più belle dell’intero racconto. Quando noi affondiamo, quando le nostre sicurezze vengono meno, quando non riusciamo più a salvarci da soli, Ge

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