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Il Vangelo di oggi inizia con questo invito di Gesù: «Non abbiate dunque paura». Quel “dunque”, che nel lezionario non è riportato, è però fondamentale perché rappresenta la conclusione di tutto il lungo discorso missionario del capitolo 10 del Vangelo di Matteo.
Ricordiamo come Gesù, mosso da compassione per la folla che vedeva come pecore senza pastore, abbia chiamato a sé i Dodici, li abbia chiamati per nome e abbia affidato loro il potere di guarire e di scacciare i demoni. Li ha poi inviati in missione con parole molto esigenti: gratuitamente avevano ricevuto e gratuitamente dovevano dare; dovevano partire senza sicurezze materiali, affidandosi all’accoglienza delle persone; dovevano essere astuti come serpenti e semplici come colombe.
Gesù arriva persino a dire loro: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». È sorprendente vedere come scelga uomini semplici, pescatori ancora inesperti del Vangelo, e li invii immediatamente ad annunciarlo. Lo fa perché avverte l’urgenza della missione e il grande bisogno dell’umanità.
La paura degli Apostoli e l’esperienza di Geremia
Se Gesù dice più volte di non avere paura, significa che la paura era realmente presente nel cuore degli Apostoli. Da una parte c’era la consapevolezza dell’enormità del compito affidato loro; dall’altra vi erano le difficoltà e le opposizioni che inevitabilmente avrebbero incontrato.
La prima lettura, tratta dal capitolo 20 di Geremia, ci mostra una situazione analoga. Il profeta viene inviato ad annunciare a Gerusalemme una parola durissima: l’arrivo dei Babilonesi, la distruzione della città e la deportazione del popolo. Un messaggio che nessuno voleva ascoltare.
Per questo Geremia viene contrastato, perseguitato, imprigionato e percosso. Eppure dentro di lui la Parola di Dio arde come un fuoco che non può trattenere. Annunciare la verità gli costa molto, ma non può sottrarsi alla missione ricevuta.
Anche gli Apostoli sperimentano qualcosa di simile: la fedeltà al Vangelo comporta inevitabilmente una lotta interiore e l’affrontare l’incomprensione degli altri.
Le paure che abitano il cuore dell’uomo
La paura di cui parla Gesù non coincide semplicemente con il timore umano. Certamente esiste il santo timore di Dio, che il Vangelo stesso richiama, ma qui si tratta soprattutto di quelle paure profonde che emergono quando prendiamo sul serio il Vangelo.
Accade nelle grandi decisioni della vita: nel matrimonio, nell’accoglienza di un figlio, nelle scelte vocazionali e in tutte quelle situazioni in cui comprendiamo che la Parola di Dio ci chiede qualcosa di concreto e impegnativo. Sentiamo il desiderio di seguirla, ma insieme avvertiamo anche il peso dell’incertezza.
Esiste inoltre la paura della morte e del male che attraversa il mondo. Vediamo continuamente il prevalere di logiche di guerra, di sopraffazione e di violenza. È una realtà che genera inquietudine e che tutti portiamo nel cuore.
Anche Gesù ha conosciuto questa paura. Basta pensare alla sua esperienza nel Getsemani. Per questo può comprendere profondamente le nostre fragilità e rassicurarci.
Prima ragione per non avere paura: la verità verrà alla luce
Gesù offre una prima motivazione: nulla di ciò che è nascosto resterà nascosto. Tutto ciò che oggi sembra segreto, insignificante o destinato a scomparire verrà manifestato.
Quando si vive il Vangelo, può sembrare che la sua forza rimanga invisibile. Le parole di Gesù appaiono deboli di fronte alle logiche dominanti del mondo. Talvolta sembra che l’esperienza cristiana sia una realtà per pochi e persino una realtà perdente.
Eppure il Signore assicura che il Vangelo verrà alla luce. Ciò che è stato vissuto nella fedeltà non andrà perduto.
Viene portato l’esempio della comunità di Monte Sole e dei suoi martiri. Dopo la distruzione operata dai nazisti, sembrava che quella testimonianza evangelica fosse stata cancellata dalla storia. Per molti anni quasi nessuno ne parlò più. Tuttavia, grazie all’impegno di persone che ne custodirono la memoria, quella vicenda è tornata alla luce ed è oggi riconosciuta come un patrimonio prezioso della Chiesa.
Il Vangelo non scompare. Ciò che viene vissuto nella fede continua a portare frutto e, prima o poi, viene manifestato.
Seconda ragione per non avere paura: il Padre è presente anche nella caduta
Gesù invita poi a non temere coloro che possono uccidere il corpo. I discepoli sanno già che incontreranno persecuzioni e sofferenze.
Il Signore non promette che non accadrà nulla di doloroso. Non dice che saranno risparmiati dalle prove. Dice piuttosto qualcosa di molto più profondo.
Parlando dei passeri, afferma che neppure uno di essi cade a terra senza che il Padre sia presente. Anche la creatura più insignificante, nel momento della sua caduta, è accompagnata dallo sguardo amorevole di Dio.
Per questo non dobbiamo avere paura: qualunque sia la prova che affrontiamo — malattia, sofferenza, fallimento o persino morte — il Padre non ci abbandona. La sua presenza ci accompagna sempre.
La vera sicurezza del credente non consiste nell’evitare la sofferenza, ma nel sapere di non essere mai solo.
Terza ragione per non avere paura: il nostro valore agli occhi di Dio
La terza motivazione è legata al valore immenso che abbiamo davanti a Dio.
I passeri valgono pochissimo, eppure il Padre si prende cura di loro. Quanto più si prenderà cura di noi! Gesù arriva a dire che persino i capelli del nostro capo sono tutti contati.
Questa immagine ci invita a non vergognarci della nostra piccolezza. Possiamo sentirci deboli, insignificanti, incapaci, come piccoli passeri smarriti che nessuno nota. Ma proprio in questa condizione scopriamo quanto siamo preziosi agli occhi del