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ep. 9 st. 2 In questa ballata, che propone, sullo stile cortese e stilnovistico, l'immagine della donna-angelo, ci sono aspetti interessanti che deviano dal modello definitivo dal tradizionale cerchio degli stilnovisti (di cui Cino da Pistoia è un ottimo esempio). La donna non lascia che sia il poeta a parlare di lei, ma lo fa in prima persona; emerge poi un'eco cavalcantiana che lascia un'ombra sul sentimento amoroso.
I’ mi son pargoletta bella e nova, che son venuta per mostrare altrui de le bellezze del loco ond’io fui. I’ fui del cielo, e tornerovvi ancora per dar de la mia luce altrui diletto;
e chi mi vede e non se ne innamora d’amor non averà mai intelletto, ché non mi fu in piacer alcun disdetto quando natura mi chiese a colui che volle, donne, accompagnarmi a vui.
Ciascuna stella ne li occhi mi piove del lume suo e de la sua vertute; le mie bellezze sono al mondo nove, però che di là su mi son venute: le quai non posson esser canosciute
se non da canoscenza d’omo in cui Amor si metta per piacer altrui. - Queste parole si leggon nel viso d’un’angioletta che ci è apparita: e io che per veder lei mirai fiso,
ne sono a rischio di perder la vita; però ch’io ricevetti tal ferita da un ch’io vidi dentro a li occhi sui, ch’i’ vo’ piangendo e non m’acchetai pui.