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Nel 1987 esce un libro che cambia le carte in tavola rispetto ad uno dei punti chiave della filosofia e della psicologia cognitiva, quello che riguarda il modo in cui gli esseri umani mettono certe cose in certe categorie. Per secoli la filosofia occidentale si è concentrata sul come definire esattamente le categorie in base alle caratteristiche degli oggetti che ci finiscono dentro, ma questo nuovo approccio, proposto dal linguista e filosofo cognitivo George Lakoff, cambia completamente la prospettiva. Le cose non finiscono nelle categorie perché hanno certe caratteristiche, ma perché, in una certa cultura, che ha i suoi valori e il suo modo di associare le cose, gli esseri umani decidono di raggrupparle così. Lakoff prova a confrontare il suo approccio con culture molto diverse, come il popolo dei Dyirbal australiani, dimostrando che il loro modo di creare categorie e associazioni è molto diverso dal nostro, ma, una volta capite le loro tradizioni e credenze, ha perfettamente senso. Anche nella vita quotidiana facciamo continuamente associazioni di questo tipo, che per noi sono chiare finché non cerchiamo di analizzarle troppo da vicino. A quel punto il nostro sistema va in tilt, perché le categorie della nostra mente non sono fatte per essere viste con il microscopio, ma come un vasto panorama da abbracciare tutto insieme con lo sguardo. E questo, anche se potrebbe non sembrare, ha molto a che fare con il modo in cui categorizziamo le persone, e persino nel modo in cui ci innamoriamo.